Intervista a Giampaolo Corabi, Associato Fondatore di MANAGERE Ě LIBERTÀ APS
LA STORIA.
Negli anni ’90 era un genio di finanza ed E-commerce. Poi la caduta, il carcere e… Il volto nuovo del ‘brigatista bianco’.
Dalla lotta contro lo Stato alla volontà di riparare. Giampaolo Corabi a 67 anni e dopo l’incontro con i volontari ai Casetti è animato dal desiderio concreto di ricominciare.
La barba è meno scura e il passo forse più lento di un tempo. Giampaolo Corabi, 67 anni, considerato tra la fine degli anni ’90 e il primo decennio del 2000 uno dei maggiori esperti italiani di fiscalità applicata all’e-commerce, oggi cammina per Rimini con un atteggiamento diverso: non più il professionista brillante e sicuro di sé, ma un uomo che ha attraversato la caduta, la detenzione e un lungo lavoro interiore. Dopo le condanne per reati fiscali e bancarotte fraudolente, e il conseguente periodo trascorso in alcuni carceri, Corabi racconta il percorso che lo ha portato a guardare in faccia le proprie responsabilità. E a provare a riparare.
Figlio di un dirigente dell’Ufficio Imposte di Rimini, laureato in Economia, Corabi ha esercitato per oltre trent’anni come commercialista, fondando centri studi e società specializzate nella pianificazione fiscale internazionale.
“Applicavo la mia intelligenza per sfruttare al massimo le norme – racconta – convinto di agire con astuzia e competenza”.
Oggi quella frase, che un tempo ripeteva come un vanto, è diventata la chiave per rileggere i propri errori. Che cosa dice oggi di quel suo “mantra” sul far sparire i soldi per il fisco?
“Ho commesso reati nel mio campo professionale, che hanno portato a condanne e carcere. Ma il reato non nasce all’improvviso: nasce da una ferita. Per quarant’anni ho nutrito una forte avversione verso lo Stato, che ritenevo responsabile di aver incrinato il rapporto con mio padre, funzionario pubblico. Mi sentivo un «brigatista bianco»: non usavo la P38, ma la mia capacità di interpretare la legge per costruire meccanismi che garantivano ai clienti vantaggi fiscali enormi. Ma così sottraevo risorse alla comunità”.
Come ha vissuto la detenzione?
“Ho trascorso complessivamente 20 mesi in carcere. Nel primo periodo ho sperimentato solo la dimensione punitiva: eri lì per espiare il male commesso, isolato, con pochissimi contatti. Nessun supporto psicologico, molta violenza,
solitudine. Passavo il tempo a meditare su ciò che avevo fatto…”.
E lì è iniziato un percorso…
“Sì. Quel periodo è stato una tribolazione, come dice san Paolo nella Lettera ai Romani: ho perso 30 chili, rischiato un infarto, e spesso ho pensato di farla finita. Dentro ero ancora più devastato che nel corpo. Poi ho ricominciato a pregare. La pazienza si è trasformata in speranza. Quando sono stato trasferito al carcere di Rimini, ho incontrato una giustizia diversa, rieducativa, grazie ai tanti volontari – dalla Papa Giovanni XXIII a Comunione e Liberazione, dal Rinnovamento nello Spirito ad altre realtà carismatiche della Chiesa. Non ci guardavano per ciò che avevamo atto, ma per ciò che eravamo. Questo mi ha rimesso in piedi”.
La rinascita è continuata fuori dal carcere?
“Sì. All’inizio, fuori, abbassavo lo sguardo, quasi mi nascondevo. Un episodio mi ha colpito: un mio caro amico, persona molto conosciuta a Rimini, un giorno al mercato mi ha chiamato per nome davanti a tutti. Poteva evitare,
considerato il ruolo pubblico che riveste, per non esporsi. Invece no. Quel gesto mi ha fatto capire che potevo tornare nella comunità senza vergognarmi per sempre”.
Ha fatto un percorso di giustizia riparativa?
“Formalmente no, perché nei reati fiscali la vittima non è un individuo singolo ma è l’intera società. Ma interiormente sì: sento fortissima l’esigenza di restituire qualcosa. È un desiderio quotidiano”.
E oggi cosa sta costruendo?
“Insieme a un gruppo di amici impegnati nella Chiesa riminese abbiamo avviato un’associazione di promozione sociale: sosteniamo le famiglie con un congiunto in carcere, offriamo borse di studio ai figli di detenuti, ci impegniamo a facilitare l’accoglienza degli ex detenuti in comunità come quelle della Papa Giovanni XXIII. Il nostro sogno è contribuire alla «recidiva zero», aiutare cioè chi esce dal carcere a non ricadere negli stessi errori”.
Corabi non nasconde il male commesso, né lo giustifica. Ma oggi sente che il talento che per anni ha usato “contro” la comunità può diventare finalmente uno strumento per restituire:
“ Ricominciare a vivere dentro la società – dice – è possibile.
E io ci sto provando, un passo per volta”.
Paolo Guiducci

